martedì 23 gennaio 2018

mercoledì 2 agosto 2017

Il viaggio




I miei studi sulla consapevolezza compiono quarant'anni.
Otto lustri di gioiose fatiche, in cui tutto ciò che ho imparato è che non c'è nulla da imparare. O forse, meglio, che il compito di tutta la vita è imparare a essere nulla.
So che non ci riuscirò, ma non è causa di frustrazione: la gioia di impegnarsi è di per sé premio alla fatica. E il desiderio di arrivare ci spoglia del piacere di viaggiare.

Nutro ossequioso rispetto per coloro che sanno, ma diffido della parte di me che ancora si ostina a credere di sapere qualcosa. Che soggiace all'illusione di avere qualcosa da insegnare. E si affanna a parlare e parlare, pur avendo capito da tempo che, nel frastuono del mondo, l'unica parola sensata è il silenzio.


venerdì 28 luglio 2017

Un attimo infinito, perché no?




Vivere un tanto al giorno, come viene.
Spremere il meglio di ogni istante, senza programmi a cui appigliarsi.
Senza progetti che confinano in un futuro ipotetico, dove è solo parvenza di realtà.
Non è la vacanza che rigenera, ma la pienezza di ogni attimo in cui si è presenti a sé stessi.
Non è fare o andare o ...
È esserci.
E non sentire il bisogno di altro.



sabato 1 luglio 2017

Aiuto



Nel linguaggio comune si parla di farsi aiutare.
Hai un problema interiore, più o meno pressante o doloroso. 
Per qualche curiosa ragione, forse per una certa pigrizia mentale, non prendi minimamente in considerazione l'idea di poterlo affrontare o gestire da solo. 
Fai come fanno tutti e pensi di rivolgerti a un esperto che lo faccia per te. 
Ti informi, chiedi se qualcuno ne conosce uno bravo, come faresti per un dentista o per un avvocato. 
E, come faresti con un dentista o un avvocato, ti affidi a lui. 
Prendi un appuntamento, ti siedi o ti sdrai, parli (generalmente molto), ascolti (generalmente poco), paghi (a seconda dei casi poco o molto, ma a cose fatte ti sembreranno comunque ben spesi) e te ne vai.
Ti senti più leggero, sollevato. Pensi di aver investito bene il tuo denaro. 
Torni alla vita di tutti i giorni, riprendi la routine ... e di lì a poco senti di nuovo il bisogno di andare a farti aiutare. 
 

martedì 25 dicembre 2012

ogni cosa a suo tempo


 
Maturando, per non dire ancora “invecchiando”, non è facile rendersi conto che non siamo più noi, non è più la nostra generazione, a determinare la qualità dello psichismo collettivo. Siamo entrati a far parte di una minoranza emotiva: non siamo più noi a colorare emotivamente il mondo rovesciandovi cumuli di energie psichiche in libera uscita. Tocca alle generazioni successive, sulle quali s'è spostato il baricentro animico di questo tempo.
Ora, semmai, il nostro compito è quello di pensare, di migliorare la qualità dello psichismo collettivo attraverso un uso appropriato dell'intelletto: producendo ed emanando idee, immagini, parole, anche solo su di un piano mentale, senza espressioni formali.
È un compito da élite. Testimoniare la qualità nel regno della quantità. Un compito onorevole ma gravoso: che richiede umiltà e forza d'animo. Ma che, tutto sommato, è alla nostra portata.
Basta non ridursi a vivere come fanno tutti gli altri, solo per illudersi di essere ancora giovani.
Basta preoccuparsi di pensare a ciò che si è e a ciò che si fa.


martedì 14 giugno 2011

Il fango e la luce



Scuotiti! Appoggiati alla tuo forza e alla tua coscienza! L'autocoscienza è la posta di questa lotta satanica! È la coscienza di te che ti si vuol portar via! Solo la coscienza di te può salvarti....

Il nucleo originario dell'iniziazione è la coscienza della vera natura della consapevolezza di sé, del fatto che ordinariamente l'uomo ne è privo, e della conseguente necessità di cercarla.
Chi ha fissato in sé questo principio, sa che deve diffidare di ogni suo pensiero, emozione, impulso istintivo: che deve vincere la tendenza considerarli "suoi" - tendenza che si definisce come "identificazione" - e opporvi una ferma considerazione della probabilità che essi provengano da suggestioni operate su di lui dall'esterno.
Non si tratta di un semplice "concetto". Quest'idea, questa consapevolezza di essere

... come un pupazzo inanimato, mosso da fili invisibili

deve compenetrare tutto il nostro animo fino alle sue radici profonde, dove psiche e corpo si incontrano e si confondono. In tal modo siamo pervasi da un'istintiva percezione di non appartenenza a noi stessi, di estraneità a noi stessi. E notiamo come questa percezione immediata e spontanea lotta con la tendenza all'identificazione, che subito riappare e tenta di riprendere il sopravvento, di ripristinare l'ordinario stato di alienazione.

Sento il sordo bisogno di sprofondarmi nel fango della plebe anonima senza coscienza e senza responsabilità, intenta a occupare i suoi giorni ottusi col soddisfacimento di torbidi istinti e lieta solo quando ventre e sesso sono sazi.
Qual'è il risultato di tutti i miei sforzi? Il fango della nobiltà e il fango della plebe sono una sola e medesima cosa.

Ci appare chiaro, allora, che stiamo attraversando una transitoria fase di precario risveglio. Che presto l'identificazione ci porterà via da noi stessi e ricadremo nel sonno della coscienza.
E questo sviluppa l'urgenza di aggrapparci disperatamente a questa percezione e di rafforzarla in noi stessi finché è possibile. In modo da farne un nucleo solido che non si disperda sotto la tirannia dell'identificazione e rimanga, come una lucerna inestinguibile, a guidare il nostro percorso con la fiducia, anche durante le lunghe fasi di smarrimento in cui inevitabilmente ricadiamo.

Noi uomini, non sappiamo chi siamo. Siamo presenti a noi stessi e siamo oggetti della nostra esperienza solo in un certo "imballaggio" corrispondente alla forma che possiamo vedere riflessa in uno specchio e che noi amiamo chiamare l nostra persona. Oh, come ci tranquillizziamo quando sappiamo unicamente di questo pacco, con sopra scritto: Mittente: i genitori; destinatario: la tomba; invio eseguito da "sconosciuto" a "sconosciuto" e, in più, annotazioni postali dell'uno o dell'altro genere come "valore dichiarato", oppure... "campione senza valore", a seconda... a seconda dell'opinione propria alla nostra vanità.
In breve: che cosa sappiamo dei pacchi, del vero contenuto?

Nulla. Non sappiamo nulla. Esistiamo con la presunzione di vivere. E invece siamo vissuti da qualcosa che ci possiede e ci governa, non solo nella dimensione dell'esistenza quotidiana, non solo nella soggezione socio-culturale e ideologica a un sistema politico oppressivo, ma molto più in profondità, nell'intimo della nostra psiche.
Pensiamo di essere un "Io", anzi l' "Io" per eccellenza, rispetto al quale tutti dovrebbero inchinarsi e profondere devozione e rispetto. E la mancata soddisfazione di questa pretesa ci colma di livore e di odio per i nostri simili. Simili, perché come noi, a loro volta, sono schiavi dell'illusione di essere un'entità unica e irripetibile, un gioiello di inestimabile valore.
Anche su questo miasma della psiche intossicata dovrebbe soffiare il vento della coscienza. E risvegliare la consapevolezza dell'infame fognolo dell'esistenza in cui siamo reclusi. In cui abbiamo acconsentito ad essere rinchiusi. Soggiacendo allo spauracchio del falso "Io", agitato dai nostri giudici e carcerieri.

Mi accorgo di essere sceso fino al ghetto. Dai reietti fra i reietti. Fetore soffocante di una gente spietatamente rinchiusa in un paio di straduzze, la quale genera, partorisce, cresce, stratifica morti sugli altri morti putrescenti nel suo cimitero e ammucchia, come aringhe, vivi su altri vivi in buie stamberghe...

Possiamo scegliere, allora, se continuare a preferire la tranquillizzante vita del ghetto, dove i secondini ci impongono preferenze, gusti, simpatie e antipatie, azioni e reazioni, desideri, impulsi, emozioni, pensieri... o deciderci a pagare il prezzo della libertà interiore. E cominciare a lottare nel più intimo recesso del nostro cuore, per stabilirvi un nòcciolo di vero Io e una volontà capace, finalmente, di scelte autonome.




Testo di Ogerius.
Citazioni in corsivo tratte da
GUSTAV MEYRINK, L'Angelo della Finestra d'Occidente

domenica 31 ottobre 2010

lavaggi e risciacqui



Il sistema di condizionamento occulto della psiche collettiva - pensieri, emozioni, impulsi istintivi - non è mai stato così allo scoperto.
Non è una buona notizia.
Se tutto avviene così alla luce del sole è solo perché ormai non c'è più bisogno di segretezza: da un lato alla gente va bene così; dall'altro le metodologie di controllo del dissenso sono diventate così capillari ed efficaci che non si ravvisano seri pericoli di una vera ribellione. I casi di coscienze che si scuotano dal torpore e si risveglino, iniziando a provare un sincero desiderio di autonomia, rimangono pochissimi e statisticamente trascurabili. Quindi incapaci di influire significativamene sulla mentalità comune.
Chi, avendone fatto esperienza,  prova a far capire a un suo simile quanto il suo modo  di "pensare, sentire, reagire" sia indotto da un sofisticato meccanismo collettivo di persuasione occulta, si espone alla derisione e al fallimento. Non perchè "la gente" non sappia, in cuor suo, che è davvero così. Ma perché, come si diceva, "alla  gente" non fa piacere alimentare quest'ordine di considerazioni. 
La tirannia psichica si impone inducendo negli individui (in ogni singola mente individuale) la convinzione (più emotiva che razionale) di vivere nel migliore dei mondi possibili.
Da trecento anni è in atto nel mondo un sempre più brutale processo di sostituzione, alle libertà effettive di individui e collettività, di libertà astratte, meramente verbali, che si esauriscono in vuote enunciazioni di principio: formule con l'iniziale maiuscola, sancite in carte nazionali e sovranazionali, ma prive di efficacia e di concretezza.
Per sfuggire alla morsa di questo opprimente conformismo ci vuole coraggio: una simile reazione provoca isolamento e altre sottili forme di  persecuzione. E nulla fa paura agli esseri umani di oggi quanto il dolore. 
E' lo spirito gregario, il grande nemico dell'unica vera libertà: che è sempre e soltanto quella dell'anima. 

martedì 1 settembre 2009

AZIONI E REAZIONI DISCORDANTI (dedicato a....)



free image hosting


Il problema è capire
che versiamo tutti in una condizione di partenza decisamente psico-patologica:
basta un nonnulla a precipitarci nel baratro.
E non è il modo di reagire che fa la differenza; la differenza sta nel non farci sopraffare dalla disperazione, quando ci colpisce una contrarietà anche forte.

Non è così semplice.
Ognuno di noi è strutturato rispetto a certe cose , ma fragile rispetto ad altre.
E a volte la fragilità si maschera da forza, per ingannarci meglio.

Si creano nel subconscio delle cristallizzazioni di automatismi emotivi,
che portano a reagire sempre allo stesso modo di fronte a un dato stimolo:
questa è la patologia.
O si ha una volontà sovrumana per resistere agli impulsi meccanici
o si deve lavorare su quelle incrostazioni per disgregarle pazientemente
con fatica e sofferenza.

Non RE-Agire mai.
Semmai AGIRE, e basta:
ma solo con una chiara predeterminazione
dello scopo,
dei mezzi a disposizione
e delle possibilità di successo.
Altrimenti meglio il NON-Agire
(che è tutt'altra cosa dall' IN-Azione).

Non è facile. Anzi è difficilissimo: bisognerebbe essere grandi quasi come Gesù...
Non nella sua Natura divina di Figlio di Dio, bensì in quella terrena di Figlio dell'Uomo:
il Gesù di sangue, carne e ossa, che accetta deliberatamente la sofferenza nel suo corpo fisico e nella sua anima umanissima.
Se fosse un Dio di puro Spirito il suo sacrificio non varrebbe nulla.
La salvezza viene dalla carne: questa è la differenza, l'unicità della vera Religione
(di tutti i luoghi e di tutti i tempi)
rispetto a quelle false che si sono sempre intrufolate
(oggi più che mai) dentro e fuori le chiese.

L'unica cosa certa, ci dice questa Religione, è che si soffre, nella mente e nel corpo.
Ma aggiunge anche che c'è una via per uscire dalla sofferenza.
E che tentare di reagire impulsivamente a questa sofferenza non fa che aggravarla.

Con ciò, nessun dogma dice di subire.
Non c'è una contrapposizione tra il "porgi l'altra guancia" e l' "occhio per occhio dente per dente".
A porla sono i luoghi comuni delle false religioni,
che irretiscono allo stesso modo chi li fa propri e chi vi si oppone.

La vera Religione ha due livelli:
una legge valida per tutti e una dottrina superiore - che completa la prima e non la nega - per pochi.
Nei testi sacri questa distinzione è chiarissima.
L'errore delle false religioni è di estendere a tutti i precetti che riguardano i pochi.

"Porgi l'altra guancia" non è per tutti,
ma solo per i pochissimi che aspirano ad essere identici a Gesù:
ad avere la forza interiore di non reagire pur avendo la forza esteriore di reagire.

La legge del taglione, invece, è per tutti gli altri.
Ma, contrariamente ai luoghi comuni, perché funzioni occorre un'umanità evoluta, non quella decaduta di oggi.
Quando gli uomini erano in grado di regolare la reazione commisurandola all'offesa subita la vendetta privata era una legge efficace.
Oggi non lo è più. E lo Stato deve preoccuparsi di intervenire in quelle questioni che nel caso di umanità più evolute possono rimanere confinate nell'ambito del diritto privato.

Ma la decadenza morale e intellettuale della presente umanità
(inevitabile contraltare del progresso materiale e tecnologico)
non influisce più di tanto sulle possibilità di evoluzione del singolo.
La vera Religione è un fatto individuale:
i grandi Religiosi sono sempre solitari, se non eremiti.
Ciò che fanno gli altri non conta per loro, se non come fonte di compassione per l'ignoranza e la sofferenza altrui.

Insomma: quasi tutti i pesci seguono la corrente, pochissimi si azzardano a nuotarle contro, ma solo i salmoni la risalgono fino alla sorgente.
I molti sono contenti, anzi entusiasti, di andare con la corrente.
Oppure sono trascinati da essa anche se credono di "reagire".
La corrente lava via tutto, ma soprattutto lava i cervelli.

Pur non essendo salmoni,
abbiamo comunque il diritto e la possibilità di opporci al flusso
e di nuotare un po' all'indietro, verso la Sorgente.
Contro la tassatività dei luoghi comuni.
Contro la forza delle cose.



mercoledì 19 agosto 2009

Scienza e relativismo morale






«Se ho la capacità di fare una cosa, perché non dovrei farla? ».

Io pure posso ucciderti prendendoti a calci e pugni.
Perché non dovrei farlo?


venerdì 5 giugno 2009

Epidemie






Non essere presenti
è una malattia diffusa.

Il più delle volte
non basta la vita
per guarirne.


mercoledì 3 giugno 2009

ITALIONI (di ieri, di oggi, di sempre)






« La borghesia che vive nelle strade strette e buie o malinconicamente larghe e senza orizzonti, che ignora l'alba, che ignora il tramonto, che ignora il mare, che non sa nulla del cielo, nulla della poesia, nulla dell'arte; questa borghesia che non conosce che sé stessa, inquadrata, piatta, scialba, grassa, pesante, gonfia di vanità, gonfia di nullaggine; questa borghesia che non ha, non può avere, non avrà mai il dono celeste della fantasia.... ».


MATILDE SERAO, Leggende napoletane, Napoli 1880.

mercoledì 29 aprile 2009

Agrumi









Mangio un'arancia
e invece di gustarmela tutta
già penso a sbucciare quella che mangerò dopo.

E' proprio una vita di merda.



Raccontava il grande Flaiano (ma chi lo ricorda più?) di un vecchio pescatore di telline, che per settantacinque anni non aveva fatto altro che quel maledetto lavoro: immerso fino al petto nell'acqua gelida, a cinquanta metri dalla riva, con addosso un cappotto militare e un informe cappello.
Dormiva in una capanna sulla spiaggia. Pescava ogni mattina dall'alba alle dieci, quindi consumava un misero pasto e si metteva in marcia fino alla sera, cercando di vendere le telline.
A chi, lo compativa per quella vita infame, rispondeva, senza capire, che era il suo mestiere, c'era abituato e avrebbe seguitato così fino al suo ultimo giorno.


Ecco.
La distanza tra un'appagata serenità e una disperante insoddisfazione sta tutta nell'eccesso di immaginazione.




giovedì 12 marzo 2009

tagliare le sbarre






Avremmo a disposizione una forza inesauribile che scaturisce da dentro istante per istante.

A impedirci di giovarcene è solo la nostra incapacità di metterci in sintonia con la sua sorgente inestinguibile. Perché siamo incatenati dalle nostre rigide convinzioni, saturi dei luoghi comuni che ci hanno abituato a considerare come nostre "idee".
Pensiamo di essere razionali e questa convinzione ci rende schiavi del sentimento.
E, a sua volta, questa schiavitù ci getta in balia dell'inconscio e dell'imponderabile.

La cosa più tragicamente comica, è che non c'è nulla di più triste (e deprimente) di ciò che siamo abituati a concepire come "divertimento".

Ma per rendercene conto dovremmo guardarci per un attimo dal di fuori.
Con gli occhi di un altro.



sabato 7 marzo 2009

Strutture di pensiero.






Da 2.500 anni l'uomo occidentale vive prevalentemente nel “conscio”: cioè in uno stato mentale fondato sulla logica deduttiva.

In precedenza prevaleva un tipo d'uomo – oggi raro, se non eccezionale – centrato in un diverso stato mentale: il pre-conscio.
Per questo tipo d'uomo il pensiero non è che uno strumento. E l'assolutizzazione della logica deduttiva e analitica – su cui si fonda l'attuale civilizzazione – è una gabbia opprimente e angosciosa.
Il suo modo di rapportarsi al mondo si basa invece sulla sintonia vibratoria.
Tutto ciò che esiste vibra e ogni creatura, animata o inanimata, ha una propria frequenza. Per l'uomo del preconscio la comunicazione avviene sul piano vibratorio, perché egli non ha perduto la capacità di entrare in risonanza con ciò che è fuori di lui. E, ancora più importante, con ciò che è dentro di lui.

Tale modalità di comunicazione esiste anche per l'uomo del conscio, ma questi non ne ha la minima consapevolezza. Egli è così in qualche modo, in balia degli eventi e del sub-conscio, la sfera psichica degli istinti e delle pulsioni, che invece sta al di sotto della coscienza.
Una persona, ad esempio, gli risulta istintivamente simpatica o antipatica a seconda del fatto che con essa si instauri o meno, spontaneamente la sintonia vibratoria. Se invece avesse un'adeguata consapevolezza di questo ordine di cose sarebbe in grado di regolare la propria frequenza in modo da entrare in risonanza con l'interlocutore.

Lo stesso vale per le le testimonianze storiche, artistiche, letterarie di altri tempi.
L'uomo del conscio non può comprendere il loro linguaggio, il linguaggio del preconscio, quindi esse per lui sono assolutamente mute. O nella migliore ipotesi gli appaiono misteriose e incomprensibili.
La civiltà del preconscio ha una sua arte, una sua scienza, una sua tecnica, una sua religiosità.
Ha perfino una sua medicina, scienza del benessere fisico e psichico, estremamente semplice ed efficace.
Ma l'uomo del conscio non può comprendere il linguaggio del preconscio (il linguaggio del mito, dei simboli, dei testi sacri), perché è incapace di abbandonarsi in quello stato mentale in cui esso può essere compreso.
È incapace di coglierne la frequenza vibratoria, di entrare in risonanza con il mondo, gli altri le cose. E con sé stesso.
Così l'intero universo rimane per lui lettera morta.

Un esempio concreto: Castel del Monte, una delle meraviglie d'Italia, ad Andria, in Puglia.
Un uomo del pre-conscio, visitandolo, riconosce immediatamente la struttura vibratoria pre-conscia che ne caratterizza l'impianto architettonico, e ne riceve una specie di sottile eccitazione, di lieve gioioso entusiasmo. Ma nello stesso tempo avverte, non senza un certo fastidio, come delle irritanti stonature, che rompono l'armonia dell'insieme. È l'effetto degli interventi di restauro che – posti in essere in epoca moderna da uomini del conscio, privi di qualsiasi sensibilità vibratoria – denotano, per chi ce l'ha invece desta, una sconcertante rozzezza.

Tutti sperimentiamo il preconscio, ad esempio al momento di abbandonarci al sonno.
Le onde cerebrali rallentano, i pensieri si approfondiscono, la volontà si rilassa e lascia la presa sugli oggetti del desiderio. La mente diventa un fluire armonico e costante, privo di sobbalzi, di scarti, di irrigidimenti.
Il sonno sopraggiunge, rapisce la nostra consapevolezza e ci porta in un'altra dimensione mentale. Ma per un certo spazio di tempo abbiamo sperimentato, in piena coscienza, l'armonia vibratoria del preconscio.

Questo può essere un punto di partenza.
Perché è possibile impegnarsi per portare questo stato di lieta armonia nella nostra vita diurna.

mercoledì 4 marzo 2009

nulla è impossibile a Dio













barriere di ghiaccio
intorno al cuore

come un abbraccio mortale

che sette ceppi infiammati
fondono goccia a goccia

lottando impassibili
sotto la pioggia battente
disciolta dal loro ardore




giovedì 19 febbraio 2009

basta saperlo...







Fa bene pensare
che ci si può rafforzare
fino al punto che nessun male
faccia veramente male.



martedì 17 febbraio 2009

Planamente






Quando
dentro di te c'è burrasca,
non volerti ostinare
a imporre la calma
agli elementi infuriati.

Osserva
e fiducioso aspetta.

Preoccupati solo
di rimanere vigile e paziente,

sapendo che,
come in tutte le cose,
se non opporrai violenza a violenza,
disordine a disordine,
presto
tornerà il sereno.



martedì 3 febbraio 2009

la caratteristica principale







"Capire dove ho sbagliato questa volta": un ottimo proposito.

Ma ancora più importante è capire dove sbagliamo di solito,
ricorrentemente, il più delle volte insomma.
Perchè questo denota la nostra principale caratteristica negativa:
quella più difficile da vedere;
e sulla quale, una volta individuatala, dobbiamo insistere di più.

C'è, al riguardo, un ottimo segnale indicatore:
le reazioni ricorrenti che gli altri,
persone diverse o quelli che ci sono abitualmente vicini,
hanno o hanno avuto nei nostri confronti;
o quello che dicono di noi.

Ma siamo sicuri di volerci proprio vedere come siamo realmente?

sabato 31 gennaio 2009

la chiave e la toppa





e cominciò : "Tu stesso ti fai grosso

col falso imaginar, sì che non vedi

ciò che vedresti se l'avessi scosso.

PARADISO I, 88-90



C'è uno strumento magico preziosissimo, a disposizione di tutti, del quale facciamo un uso sbagliato, a volte sconsiderato: l'immaginazione.
Chi ha imparato, magari casualmente e senza saperlo, l'arte di immaginare, riesce a ottenere dalla vita se non tutto, almeno molto di quello che desidera.
Tutti gli altri sono in balìa dell'enorme potenza della propria fantasia, i cui risultati - favorevoli o contrari - vengono generalmente liquidati con l'appellativo di "casualità".
In condizioni ordinarie, molte delle vicissitudini della vita sono causate dalla nostra "cattiva immaginazione". E quindi devono essere imputate in primo luogo alla nostra incapacità di far un uso appropriato di questa facoltà; e soltanto dopo alla eventuale responsabilità altrui.
L'antica scienza magica era basata su tecniche per un "fantasticare" consapevole e deliberato; per diventare attivi rispetto all'immaginazione, anziche passivi come generalmente siamo.
Questa abituale passività è causa di una sorta di rapimento a noi stessi, del fluire incontrollato dei pensieri, e quindi del nostro continuo vivere in uno stato simile al sogno.
Stato che sfugge alla nostra percezione soltanto perché la quasi totalità degli uomini vive perennemente in un'identica condizione di semi-incoscienza.
Per tentare di porre rimedio a questa situazione bisogna partire da due punti:
- sforzarsi di osservare il più a lungo possibile il flusso incontrollato dei pensieri alimentati dall'immaginazione passiva;
- allenarsi ad acquisire progressivamente un grado di padronanza della facoltà immaginativa.
E' appena un inizio. Ma solo decidersi a compiere questo primo passo produce degli effetti incomparabili nella nostra vita.

mercoledì 28 gennaio 2009

Il programma





L'opera di Gurdjieff è multiforme. Ma qualunque sia la forma in cui si esprime la sua parola è sempre un richiamo.
Egli chiama perché soffre del caos interiore nel quale viviamo.
Egli chiama perché apriamo gli occhi.
Egli ci chiede perché esistiamo, che cosa vogliamo e a quali forze obbediamo. Egli ci chiede soprattutto se comprendiamo ciò che siamo.
Egli vuol farci rimettere tutto in questione.
E poiché egli insiste e la sua insistenza ci costringe a rispondere, tra lui e noi si stabilisce una relazione che è parte integrante della sua opera.




.... estirpare le credenze e le opinioni radicate nello psichismo degli uomini circa tutto ciò che esiste al mondo.
... far conoscere il materiale necessario per una riedificazione, e provarne la qualità e la solidità.
... favorire nel pensiero e nel sentimento del lettore la nascita di una rappresentazione giusta, non fantastica del reale.




[brani tratti dalle prefazioni a
Incontri con Uomini Straordinari
, di G.I. GURDJIEFF]