mercoledì 28 gennaio 2009

Il programma





L'opera di Gurdjieff è multiforme. Ma qualunque sia la forma in cui si esprime la sua parola è sempre un richiamo.
Egli chiama perché soffre del caos interiore nel quale viviamo.
Egli chiama perché apriamo gli occhi.
Egli ci chiede perché esistiamo, che cosa vogliamo e a quali forze obbediamo. Egli ci chiede soprattutto se comprendiamo ciò che siamo.
Egli vuol farci rimettere tutto in questione.
E poiché egli insiste e la sua insistenza ci costringe a rispondere, tra lui e noi si stabilisce una relazione che è parte integrante della sua opera.




.... estirpare le credenze e le opinioni radicate nello psichismo degli uomini circa tutto ciò che esiste al mondo.
... far conoscere il materiale necessario per una riedificazione, e provarne la qualità e la solidità.
... favorire nel pensiero e nel sentimento del lettore la nascita di una rappresentazione giusta, non fantastica del reale.




[brani tratti dalle prefazioni a
Incontri con Uomini Straordinari
, di G.I. GURDJIEFF]



sabato 24 gennaio 2009

Rovesciare la presa








La disperazione,

a volte,

ci afferra soffocante e ineludibile.

E allora ci mettiamo

a strisciare la vita come vermi,

in dolorosa attesa di una quiete

che non sappiamo darci da noi stessi.

È lì che può accadere l’Imprevisto:

quando, anziché scartare a vuoto e darci

a mai innocenti evasioni,

teniamo fermo e ci guardiamo dentro

al fondo della crisi che ci abbranca.

E allora, per incanto, tutto cambia

il nostro modo di guardare il mondo,

e quel dolore,

da cui eravamo ansiosi di sfuggire

ci si palesa legge

e motore incessante delle vita,

forza nuda da vincere e afferrare,

da assumere per viatico e sostegno

di un vivere più alto e verticale.


lunedì 19 gennaio 2009

momenti speciali







Noi tutti abbiamo ricordi di periodi in cui ci sentivamo particolarmente animati, in cui il mondo ci sembrava fresco e promettente, come un giardino fiorito in un risplendente mattino di primavera. Quali che siano le circostanze che conducono a tali momenti, si sente improvvisamente una sensazione di intensa vitalità sostenuta dalla consapevolezza che tutti gli elementi sono in assoluta armonia. L'aria pulsa con la vita. Sentiamo il corpo sano ed energico, la mente limpida e fiduciosa. La nostra percezione ha un carattere lucido. Ogni caratteristica dell'ambiente circostante soddisfa i nostri sensi: i colori sono particolarmente vividi, i suoni melodiosi e gli odori fragranti. Tutti gli aspetti dell'esperienza si armonizzano perfettamente e c'è un carattere vibrante in ogni cosa; i confini consueti fra lo spazio interno e quello esterno diventano fluidi. Nulla è fisso e ci sentiamo spaziosi e aperti. Agiamo con perfetta calma e appropriatezza. L'essenza di questa esperienza è l'equilibrio e la sua conseguenza una profnda sensazione di nutrimento e di ristoro che va molto oltre la sensazione che di solito chiamiamo "felicità".

* * *

Nel brano che precede, tratto dal testo di Thartang Tulku intitolato all'arte tibetana de Il rilassamento Kum Nye, si descrive con molta efficacia una particolarie condizione dell'animo che, per quanto rara, fa parte dell'esperienza di ciascuno di noi.
Si tratta uno stato speciale che nella psicologia della scuola della Quarta Via è attribuito all'attivazione del cosiddetto "centro emozionale superiore".
Il riconoscere certi momenti speciali, nello schedario della nostra memoria o, meglio ancora, nell'attimo stesso in cui li stiamo sperimentando, è il presupposto necessario per poter tentare di renderli più frequenti e meno "casuali".
Ci torneremo sopra, se a qualcuno interessa....



martedì 6 gennaio 2009

oro, incenso e mirra






I Vangeli non ci dicono quanti fossero gli esotici visitatori “venuti da Oriente” per rendere omaggio alla culla improvvisata di Gesù Bambino. È la Tradizione a indicarne il numero, ma non senza oscillazioni: cinquanta, dodici, sette; o, il più delle volte, tre, secondo la versione affermatasi nell'iconografia del Presepe. Si tratta comunque sempre di numeri manifestamente simbolici.
In alcune delle antiche leggende fiorite attorno al racconto evangelico a ciascuno dei tre venivano assegnate una delle tre principali età dell'uomo e una delle tre grandi razze in cui è suddivisa la stirpe umana: un giovane imberbe, un uomo maturo e un anziano canuto; con la pelle e i lineamenti rispettivamente da africano, da europeo e da orientale. Marco Polo nel Milione
racconta che i tre entrarono nella caverna separatamente e ognuno, avvicinandosi al Bambino, lo vide della propria età: convennero dunque di entrare insieme e solo allora lo videro nella sua vera età di tredici giorni. I Magi dunque rappresentano le tre facce del tempo che vengono ricondotte ad unità mediante la contemplazione della Stella. E non è casuale che, secondo le ipotesi di alcuni astronomi moderni, la Stella cometa del presepe non sarebbe stata altro che una insolita congiunzione di tre pianeti verificatasi proprio negli anni corrispondenti alla nascita di Gesù. Un insolito fenomeno astrale che i saggi astronomi persiani avrebbero saputo interpretare nel modo più corretto.

Importante è anche il significato dei tre nomi accreditati dalla Tradizione: Melchiorre, Melki – Or , in ebraico vuol dire “re di luce”. Mentre Baldassarre e Gaspare, di derivazione iranica, significherebbero rispettivamente: “protetto dal Signore” e “colui che ha conquistato il farr”, che per gli antichi Persiani è la virtù splendente che abbatte le forze del male. Vi è in tali nomi dunque un chiaro riferimento alla triplicità di Spirito, Anima e Corpo.

E il ternario si presenta ancora con riferimento ai doni. L'oro è il metallo più prezioso che implica il riconoscimento nel Neonato della qualità di Re Universale. L'incenso è il simbolo del Sacerdozio, della preghiera elevata al Cielo e dei sacrifici offerti dal Pontefice quale intermediario tra Dio e gli uomini. Infine la Mirra, balsamo ricavato da una resina incorruttibile, allude alla vittoria sul tempo e sulla morte, e quindi al primato spirituale e profetico del Salvatore.

Ma la vera peculiarità di questi tre misteriosi personaggi è di essere al tempo stesso Re e Sacerdoti: i Magi costituivano infatti la casta sacerdotale degli antichi Persiani. Con ciò vediamo esplicitamente richiamata l'unione dei due poteri, spirituale e temporale, che l'Occidente ha dimenticato già da tempi molto antichi, ma che si trova rappresentata nella Scrittura attraverso il misterioso personaggio di Melchisedec: Re e Sacerdote a un tempo. Figura a cui è espressamente riferita dalle profezie messianiche bibliche la discendenza Regale e Sacerdotale del Cristo, “Figlio Davide” (e quindi della tribù regale di Giuda) e “sacerdote in eterno secondo l'ordine di Melchisedec”.

L'episodio evangelico dell'Adorazione dei Re Magi, sancisce e attesta dunque il riconoscimento, da parte dell'una e trina autorità spirituale e temporale proveniente da un misterioso “Oriente”, della funzione redentrice del Cristo e della perfetta ortodossia del Cristianesimo rispetto all'unica Tradizione Primordiale.



[img:
Adorazione dei Magi di Giotto - grz a www.edicolaweb.net]

mercoledì 10 dicembre 2008

hic et nunc









Il presente si offre a noi solo per un istante e poi elude i sensi.

PLUTARCO




Semplicemente cercare di essere dove si è in questo momento.
Osservare la propria mente che è incline a vagare
e forse un giorno arrivare a controllarla.

Mentre si cambia livello di essere
si acquistano molti tesori
fra cui il più grande è
l'ablilità di penetrare il presente
sempre più spesso e più profondamente.

Si può avere tutto se si è paghi del presente:
non esiste niente di altrettanto emozionante
di questo presente
così inavvertito
eppure così vicino a noi
mentre ci guardiamo attorno senza sapere
nemmeno che cosa stiamo cercando.

Accogliere ciò che ci accade e ci viene incontro
abbracciarlo teneramente, qualsiasi cosa sia,
ed essere sempre pronti ad ascoltare
più che a parlare.

Questa è la chiave.
Il nostro impegno,
il nostro compito è sempre
qui
in questo preciso momento.

venerdì 5 dicembre 2008

e pluribus Unum





Tutto il dramma dell'uomo si risolve nella sua molteplicità e frammentarietà.
Tutto il destino dell'uomo si esprime nella sua riduzione ad unità.
Definita la condizione di partenza e individuato l'obbiettivo finale, dunque, il problema si pone nei termini del come fare a perseguire quest'ultimo. Ed è un problema che dev'essere risolto vivendo, anzi con la totalità della propria esistenza, seguendo le indicazioni che la Rivelazione divina non manca di fornirci.
Il guaio è che nella religione sono più i simboli che le parole ad indicare la Via; mentre le nostre menti impietrite si nutrono ormai solo della vuota esteriorità dei concetti verbali e non sanno più leggere la Verità nelle immagini. Le parole e i concetti rendono gli uomini schiavi della Legge, al modo dei Farisei del Vangelo, incollati all'applicazione esteriore, letterale e materiale delle prescrizioni mosaiche. Opponendosi duramente a questo errore, Gesù insegna che la Legge (e la legge morale in primo luogo) deve essere strumento e non fine, deve servire cioè non a incatenare l'uomo, bensì a liberarlo, predisponendolo all'Unione identificante con Dio.
Ma il presupposto di questa (ri-)Unione dell'Uomo a Dio è la (ri-)unificazione di ciò che nell'uomo è frammentario e molteplice.
E' il mistero a cui allude il simbolismo eucaristico del Pane e del Vino.
Una quantità indefinita di chicchi di grano - distinti ma omogenei - vengono macinati a comporre una nuova sostanza, la farina. Questa materia "terrosa" viene trasformata in pasta dall'acqua e dall'azione delle mani dell'uomo. E il fuoco del forno produrrà il terzo e ultimo passaggio di stato quello che darà al pane il suo aspetto finale. La mancanza di lievito nell'impasto vuole significare che l'unico elemento attivo rispetto alla pasta, passiva, dev'essere il fuoco.
Gli acini d'uva subiscono un destino in parte uguale a quello dei chicchi di grano. La pigiatura corrisponde alla macina. Ma vi è a questo punto una netta differenza: l'elemento fuoco, in questo caso, non deve essere aggiunto dall'esterno, perché è già contenuto nella materia acquosa e terrosa: sono gli agenti della fermentazione (corrispondenti al lievito, che invece mancava nel pane) a trasformare il mosto in vino.
Il simbolismo indica chiaramente che ci sono due parti distinte nell'uomo, le quali devono essere ambedue trasformate, ma ognuna a suo modo: una ha bisogno di un fuoco esterno, l'altra non né ha bisogno perché lo porta già in sé.
Entrambe le parti sono frammentarie e divise e devono essere sminuzzate per conquistare un grado accettabile di omogeneità, tale da consentire all'agente della trasformazione di operare su di loro. Dopodiché, le due sostanze così trasformate devono armonizzarsi per produrre, insieme e di concerto, grazie alla decisiva influenza dello Spirito, l'ultima e definitiva trasformazione: l'Unione identificante (o Comunione) con Dio.
Ne risulta agevolmente un corollario: poiché tutto ciò che è creato è continuamente soggetto al cambiamento e alla variazione, è necessario sottrarsi progressivamente alla molteplicità e all'incessante mutamento per potersi avvicinare al Principio, a quel Padre della Luce in cui non c'è variazione né ombra di cambiamento (San Giacomo, 1, 17).

martedì 2 dicembre 2008

con l'anima obesa






Il ventre ripieno appesantisce il corpo e annebbia la mente: è la condizione generale degli uomini di questo tempo.
Ma al di sotto della nebbia si agitano sentimenti, passioni, aspirazioni frustrate, profonde esigenze esistenziali represse. E da tutto questo ribollire, di cui la coscienza non si accorge, scaturiscono le inquietudini e l'angoscia, che piano piano si gonfiano fino a riempire di sé la totalità dell'esistenza quotidiana.
Ed è inutile cercare di fuggire da quest'oppressione subconscia rifugiandosi nel lavoro, nella ricerca del piacere o del possesso materiale: distrazioni di breve durata, da reiterare a oltranza di fronte a ogni nuovo affiorare della marea inconscia. Sì che alla lunga, lo sforzo di evasione si fa frenetico, dando vita anch'esso a ulteriori inquietudini e a più profonde angosce.